La Confraternita dei Mancini

La Confraternita dei Mancini

🖋️ Håkan Nesser

🔍 Ho sempre considerato La confraternita dei mancini un romanzo a sé, un territorio neutro in cui Nesser fa incontrare Van Veeteren e Barbarotti senza che nessuno dei due debba “ospitare” l’altro nella propria saga. È un equilibrio raro, e forse proprio per questo funziona: non appartiene a Maardam, non appartiene a Kymlinge, vive in uno spazio narrativo sospeso che gli permette di respirare da solo.
La storia parte nel 1991, con una rimpatriata che ha più il sapore di un obbligo che di un piacere. Cinque uomini che da ragazzi avevano fondato la Confraternita dei Mancini si ritrovano nella Pensione Molly. È un incontro che dovrebbe chiudere un cerchio, ma l’incendio che divora la pensione lo spezza in modo definitivo. I corpi sono quattro, non cinque. Il superstite manca, e la spiegazione più semplice diventa subito la più comoda: è lui l’assassino, è lui che è scappato.
Ventun anni dopo, nel 2012, un corpo ritrovato per caso vicino alla pensione rimette tutto in discussione. È qui che entra in scena Van Veeteren, ormai libraio e deciso a restare tale, richiamato a un caso che aveva sfiorato in passato. Mi piace il modo in cui Nesser lo riporta in gioco: senza enfasi, senza nostalgia, come se certe storie avessero la capacità di richiamare chi le ha lasciate in sospeso.
Dall’altra parte c’è Barbarotti, impegnato in un’indagine in Svezia che sembra non avere alcun legame con quella vecchia tragedia. E invece le due piste cominciano ad avvicinarsi, lentamente, come se fossero sempre state destinate a incontrarsi. È un incrocio che non ha nulla di spettacolare, ma proprio per questo risulta credibile: due investigatori che lavorano ognuno con il proprio metodo, senza sovrapporsi, senza rubarsi la scena.
Il romanzo procede come un puzzle che si compone per sottrazione. Le false piste non sono trucchi narrativi, ma conseguenze naturali di un passato che nessuno ha voluto guardare davvero. La confraternita, nata come rifugio, si rivela un luogo di fragilità, di rivalità mai risolte, di colpe che hanno continuato a produrre effetti per decenni. È un thriller psicologico che non cerca la tensione immediata, ma la complessità umana.
Alla fine, ciò che resta non è solo la soluzione del caso, ma la sensazione che questo romanzo sia davvero un unicum: l’unico punto in cui Van Veeteren e Barbarotti si sfiorano senza appartenersi. Ed è proprio per questo che preferisco trattarlo come libro autonomo, un episodio isolato nella geografia narrativa di Nesser, prezioso proprio perché non si ripete.

Commenti

Proposte