Il serpente e il faraone
🖋️ Marco Buticchi
🔍 La storia inizia da un’ossessione che attraversa millenni: ciò che venne sepolto accanto a Tutankhamon non appartiene solo all’antico Egitto, ma a un filo sotterraneo che continua a muoversi fino al cuore del Novecento. La scoperta della tomba, il 4 novembre 1922, riaccende nel mondo una febbre archeologica che non riguarda soltanto tesori e splendori, ma anche rivalità, sospetti e leggende che si alimentano da sole. Howard Carter e Lord Carnarvon diventano protagonisti involontari di un vortice che mescola curiosità scientifica e maldicenze, mentre l’Europa, ancora scossa dalla Grande Guerra, scivola verso nuove tensioni.
In questo clima instabile, l’antisemitismo cresce e si organizza. L’Ochrana, il servizio segreto zarista, diffonde i falsi Protocolli dei Savi di Sion per colpire la finanza ebraica, ma quando le manovre sembrano arenarsi, la scoperta del sepolcro del faraone bambino offre un’occasione inattesa. I papiri perduti, di cui Carter e Carnarvon parlano con cautela, diventano il centro di un interesse che va oltre l’archeologia: secondo le voci, potrebbero contenere rivelazioni capaci di incrinare le fondamenta delle religioni. È qui che il romanzo intreccia storia e ipotesi, lasciando emergere un’ombra che si allunga su più epoche.
Il racconto si sposta poi nel 1341 a.C., quando nasce Tutankhamon, figlio del faraone eretico Akhenaton. La sua infanzia è un percorso tra intrighi di corte, alleanze fragili e pericoli che si moltiplicano dopo la scomparsa del padre. Nei pochi anni del suo regno, Tut custodisce i papiri che narrano il destino di Akhenaton e del fratellastro Mosè, una verità scomoda che lo pone al centro di manovre spietate. Questa linea narrativa restituisce un Egitto vivo, attraversato da tensioni religiose e politiche che non si esauriscono con la morte del giovane sovrano.
Il romanzo torna poi al Novecento, dove le conseguenze di quei segreti si intrecciano con le radici del secolo più oscuro della storia europea. Le recensioni più entusiaste sottolineano la capacità di far convivere archeologia, politica e mito in un’unica struttura coerente, mentre le critiche si soffermano sulla densità di alcuni passaggi, volutamente complessi per restituire la portata del mistero. Il ritmo resta costante, sostenuto da una narrazione che attraversa deserti, archivi, colline mediterranee e scenari in cui il passato continua a reclamare attenzione.

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