Ciak: si uccide
🧩Le indagini del commissario Bertè (08)
🖋️ Emilio Martini
🔍 La villa immersa nel verde sembra il luogo meno adatto per un delitto, e proprio per questo l’immagine colpisce Berté più del solito. Il corpo senza testa di una nota regista e sceneggiatrice, trovato in una casa di villeggiatura che dovrebbe essere sinonimo di quiete, richiama alla mente quella frase di Auden che gli era rimasta impressa: quando la violenza irrompe in un contesto pacifico, l’effetto è ancora più disturbante. Qui lo è davvero, perché la scena non ha nulla di casuale e il presunto furto finito male regge solo in apparenza.
La vittima stava lavorando alla sceneggiatura di un racconto insieme a due collaboratori, e Berté non riesce a ignorare la possibilità che la storia su cui stavano mettendo mano abbia lasciato tracce nella realtà. È un’ipotesi che nasce dalla sua passione per la letteratura, ma anche dall’esperienza: quando un delitto appare troppo pulito, troppo costruito, spesso lo è. Le dinamiche interne al gruppo di lavoro, le tensioni creative, le gelosie professionali e i rapporti personali emergono una alla volta, delineando un ambiente più fragile e competitivo di quanto sembri.
A complicare tutto arriva la scomparsa improvvisa della dottoressa Graffiani, il PM con cui Berté ha condiviso molte indagini. La sua assenza non è un dettaglio marginale: il commissario percepisce un filo che unisce i due eventi, anche se non è chiaro se si tratti di un collegamento diretto o di un effetto collaterale di qualcosa di più grande. Lungariva, ancora una volta, si rivela un luogo dove le apparenze reggono solo finché nessuno le mette alla prova.
Sul piano personale, Berté è in un momento di transizione. Aveva finalmente deciso di tornare a Milano con la Marzia, ma un cambio ai vertici della questura milanese ha congelato tutto. È bloccato nel suo esilio ligure, diviso tra il desiderio di riprendere la sua vita e la consapevolezza che ogni nuovo caso lo trattiene un po’ di più. L’indagine sulla regista lo costringe a restare, ma anche a interrogarsi su ciò che davvero vuole, mentre Lungariva continua a mostrargli lati che non aveva previsto.
Il caso si sviluppa come un gioco di specchi: ciò che sembra ispirato alla finzione rivela radici molto concrete, e ciò che appare reale assume sfumature narrative. Berté deve distinguere tra ciò che è stato scritto, ciò che è stato vissuto e ciò che qualcuno ha deciso di trasformare in una messinscena letale. Quando i pezzi trovano posto, il quadro finale non ha nulla di spettacolare: è la somma di scelte sbagliate, ambizioni distorte e un confine sottile tra creatività e ossessione.

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